domenica 22 novembre 2009

Sonata per un'anima incontro al destino

Ricomincio da dove avevo lasciato. Non solo per un discorso di coerenza: soprattutto perché mai un ospitale di orfanelle è stato tanto erotico. Da avere voglia di esserci stati, almeno per un giorno, almeno il tempo di sentire quella musica.
La musica suonata dalle povere orfane. Che invece di rinchiudersi a ricamare o far l'uncinetto nel buio di un orfanotrofio tra l'umidità di vetuste pareti veneziane e suore coi baffi, decidono di suonare la musica dei maschi. Nella fattispecie, quella di Antonio Vivaldi, dai rossi capelli e dal peccaminoso genio. Don Antonio è giovane - e quindi nel pieno dell'attività ormonal-creativa - brutterello, ma dotato oltre che di un naso sgraziato, di un segreto fascino capace di mandare in mille pezzi l'integrità morale delle piccole musiciste, un po' come le sue quattro stagioni fanno con le vetrate della chiesa. E' inevitabile che sia così per Cecilia. Lei che non è mai stata come le altre. Lei che scrive lunghe lettere ad una Signora Madre che non ha mai conosciuto, che ama profondamente anche se le ha fatto il male più grande. Piene di trstezza, di rabbia, di amore, di desiderio. Lei che di notte parla con una strana testa dai capelli di serpente, una medusa mortale che racchiude le sue paure, la sua solitudine. Lei che di colpo, nel freddo dell'oscurità veneziana, si incontra con don Antonio e scopre un pezzo di mondo che non conosceva. Desideri di cui nulla sapeva. Vede allontanarsi ogni giorno di più le vecchie paure per lasciare posto ad una nuova, e sconosciuta. Finchè non avrà il coraggio di aprire quella porta e uscire. Per dare finalmente un nome a tutte le cose che non riconosce, perché non sa come chiamarle. Portata da quella musica incontro al proprio destino.
Alla fine, il premio a questo libro lo darete voi.

Controindicazioni: trascinati da cotanta passione, vi verrà un'incontenibile voglia di comprarvi un violino e magicamente suonare. Evitate: a meno che voi non siate dei novelli Paganini, non accadrà il miracolo. Piuttosto, correte a comprarvi le hit vivaldiane che Scarpa amabilmente suggerisce alla fine del libro. Ne avrete tanto di guadagnato (sia nell'anima, che nel portafoglio).

Quotes: questo libro è uno strazio. Nel senso che, se siete dei feticisti della sottolineatura a matita per ogni passaggio che trasudi entusiasmo, vi ritroverete a sottolineare all'incirca ogni pagina. Antiestetico, e pure un po' da maniaci. Per cui, un suggerimento: mettete giù il lapis e pensate unicamente a leggere. Quando avrete finito, se vorrete, ogni tanto aprite il libro a caso: troverete di sicuro una frase per i vostri denti affamati. Un po' come la mia di oggi, che vi regalo.

"Io che rido di lei, del male ne so ancora meno. E' questo che non riesco a perdonarvi, Signora Madre, né a voi né a nessun altro in questo Ospitale che si prende cura di me con tanta premura. Mi impedite di conoscere il male, per scegliere di non compierlo".

[Tiziano Scarpa, Stabat mater. Einaudi, 2008]

venerdì 3 luglio 2009

La Scarpa della Strega (e la scopa di Arnoldo)

Non posso che essere felice per il premio Strega a Tiziano Scarpa. Non ho ancora letto Stabat Mater, ma la storia sa di buono (il rapporto tra un'orfana violinista e Vivaldi nell'immancabile Venezia scarpiana), come il suo stile, che ho apprezzato in altre opere. A pelle, poi, è decisamente più simpatico di Scurati, che questa volta ha perso la cappa per un sol punto. Ma, come mi suggerisce il buon Poirot, le mie celluline grigie fremono e sorge spontanea una domanda: la Mondadori toglie dalla gara Daniele Del Giudice con Orizzonte Mobile, in odore di vittoria, in quanto già vincitrice delle due passate edizioni (con Ammaniti e Giordano). Gesto nobilissimo, all'apparenza, non fosse che - guarda caso - il gruppo Mondadori possiede Einaudi. La quale - fatalità - è la casa editrice del vincitore.
Ora, qualcuno mi direbbe che sono nata ieri. Può essere, ma ho letto abbastanza libri (ed ho alrettanta voglia di non smettere) da non precludermi il piacere di farlo solo perché, sotto alle cose, c'è sempre un misterioso magna magna a governare. Nè voglio pensare che la vittoria di un premio sia sempre assogettata al suddetto magna magna. Quel che è certo, è che è spiacevole quanto tutto questo possa allontanare da ciò che dovrebbe unicamente contare: la bravura di un autore, la bellezza di un'opera.
In questo caso, non sarà così. Mi auguro di leggere presto Stabat Mater e scoprire che il premio è super meritato.
Ma la domanda resta... cara Strega, non è che anche la tua scopa è firmata Mondadori?

giovedì 25 giugno 2009

Sapevamo di abitare a Peyton Place?

Gente apparentemente per bene, una società fondata sulla famiglia, la religione e il lavoro. E poi, scavando... Un ricco industriale che sale precipitosamente (e inspiegabilmente) la scala del successo, mentre i giovani vedono le loro speranze crollare a poco a poco e le vite degli adulti finiscono in tragedia. Andare a messa seduti in prima fila ed essere in realtà il peggior delinquente. Dipingere un quadretto apparentemente perfetto della propria esistenza, e nascondere il marciume sotto il tappeto. Falsificare la moralità, dimenticare il rispetto. E poi, ancora, violenze, tradimenti, intrighi, amori, gossip che più non ce n'è.
Un paese piccolo, dove tutti sanno ma nessuno deve sapere. Un piccolo paese dove, alla fine, niente è come sembra. In cui la parola scandalo è bandita, pur essendo l'unica in grado di descrivere davvero la realtà.

Vi fa venire in mente qualcosa?

I peccati di Peyton Place. Un libro che all'epoca della sua uscita, negli anni '50, ha suscitato enorme scalpore, tanto da diventare un best seller che tutti leggevano di nascosto. Un clamoroso caso editoriale, per di più scritto da una sconosciuta casalinga trentenne, che ha dato vita a serie televisive e trasposizioni cinematografiche. E che consiglio vivamente di leggere: si addice sia a questo periodo estivo (è stata una delle mie letture vacanziere di qualche anno fa), sia... a questo periodo in quanto tale.
D'accordo, Peyton Place era un piccolo paese americano. Ma in fondo, anche le città più grandi sono esattamente così. E, a ben guardare, l'Italia è oggi più che mai un piccolo, piccolo paese. Una piccola Peyton Place.
Noi però la serie televisiva non ce l'abbiamo. Ma basta accendere un qualsiasi canale tv per vedere il grande fratello quotidiano, seduti comodi comodi in poltrona.
Che culo.

[Grace Metalious, Peyton Place, Einaudi]

mercoledì 24 giugno 2009

Anche quest'anno ci risiamo (e questa notte è ancora nostra...)

Ci sono cose che ritornano immancabilmente, sempre nello stesso momento, sempre come nuove.
Un libro. Un film. Una canzone.
Oggi è senza dubbio quella di Venditti. Con quella frase storica, la matematica non sarà mai il mio mestiere. Quante volte l'abbiamo ripetuto, davanti a numeri di cui non coglievamo il senso. Quante volte ci siamo rotti e abbiamo sbattuto via il libro. E diventare grandi per scoprire quanto questa frase sia falsa, persino per me, che faccio un mestiere apparentemente mille miglia lontano.
Poi ci sono loro, i ricordi. Molti tornerebbero indietro. Molti tornerebbero a rivivere quegli anni, calandosi un bel pezzo di vita dalle spalle. Io non ci penso nemmeno. Ma gli esami - che ancora si chiamavano di maturità - forse sono stati il momento più bello. Pazzia?


Una canzone. Un film. Un libro.

Quello che ricordiamo di aver tenuto fra le mani in quei frenetici giorni. Quello che non c'entra niente con gli esami, ma che in qualche modo ce li fa ricordare.
I miei sono questi.

Manzoni, I promessi sposi (conquistata dalla Monaca di Monza al punto di farne la tesina d'esame. Mi sono scartabellata pure gli atti del processo...)

Pirandello, Uno, nessuno e centomila (un colpo di fulmine che dura tutt'ora)

William Blake, Canti dell'esperienza (fantastica The tyger)

Joyce, Dubliners (mi ricordo ancora la domanda all'esame: il significato simbolico degli stivali accanto al letto in The dead...)

Andrea De Carlo, Uto (quello che non c'entra niente, ma che leggevo in quei giorni. Quello che non c'entra niente e che ha un protagonista che si sente non c'entrare niente, esattamente come me a diciotto anni. Quindi uno dei ricordi più belli)

L'unica cosa che mi auguro, memore dell'anno scorso, è che almeno i titoli dei tanto temuti temi siano corretti. Basta figure di donne che in realtà sono uomini, sculture greche che diventano improvvisamente romane, tempi verbali sbagliati, parole mancanti e così via. Non perché siamo un popolo di secchioni, ci mancherebbe. Ma perché ha del ridicolo. Un ridicolo che poi ci si porta dietro per tutta la vita, esattamente come l'insonne notte prima degli esami.

martedì 23 giugno 2009

Il giorno dopo la giornata d'uno scrutatore

L'avevano fatto scrutatore: un compito modesto, ma necessario e anche d'impegno.
Ho visto svolgere questo compito modesto da persone che sbuffavano, che si grattavano, che uscivano ogni due minuti dal seggio, che si ammazzavano di noia.
La noia era quella di un referendum a cui nessuno ormai crede più, al punto da raggiungere i livelli di affluenza più bassi nella storia. E che oggi, il giorno dopo, lascia in qualcuno in certo senso di vuoto, di mancato, ed una serie di domande senza risposta.
Lo scrutatore di Calvino nella professione, all'affermarsi preferiva il confermarsi persona giusta.
Lo scrutatore di Calvino era pensante, e votante. E di una sensibilità oggi forse perduta.
Lo scrutatore di Calvino aveva deciso di essere scrutatore per impedire che persone malate, incapaci di intendere e di volere, chiuse in un manicomio fossero indotte a votare.
Lo scrutatore di Calvino oggi si guarderebbe attorno, e probabilmente si chiederebbe dove stanno i normali e dove i folli. Dove i giusti, e dove quelli sbagliati.
Perché lo scrutatore di Calvino è convinto che l'umano arriva dove arriva l'amore; non ha confini se non quelli che gli diamo. Adesso, purtroppo, è un'impresa un po' più difficile essere così poetici.
Fa bene rileggere con gli occhi di oggi questo romanzo del 1963. Al di là di commuovere o portare ad una qualche inevitabile riflessione, ci si rende conto di come molte cose siano rimaste le stesse, e non certo le migliori. Alcune invece sono cambiate.
Una fra tutte. So per certo che difficilmente si potrà ancora incontrare il protagonista del romanzo. Sia lo scrutatore, che l'uomo.

Perle di saggezza. Nella presentazione all'edizione del 1963, Calvino scrive: i temi che tocco con "La giornata d'uno scrutatore", quello della infelicità di natura, del dolore, la responsabilità della procreazione, non avevo mai osato sfiorarli prima d'ora. Ma già l'ammettere la loro esistenza, il sapere che si deve tenerne conto, cambia molto le cose.
Proviamo a crederci.


[Italo Calvino, La giornata d'uno scrutatore, Mondadori, 1963]

domenica 21 giugno 2009

In vacanza con uomini che odiano le donne

Ovvero, non essere stati colti da un improvviso attacco di masochismo acuto, ma avere deciso di iniziare proprio in riva al mare la lettura del primo tomo della trilogia larssoniana. Il ché ha comportato il dover infilare nella borsa della spiaggia - assieme ad asciugamano crema solare spazzola costume di ricambio e ipod - pure questo mattone di un certo spessore. Ma alla fine del tran tran ne è valsa la pena. 676 pagine in puro stile thriller, in cui chiunque voglia avventurarsi scoprirà via via non solo un giallo, ma un giallo ben scritto, un giallo perfettamente congeniato, e - infine - un giallo così pieno che a tratti ci fa dimenticare di essere tale. Tra regali recapitati per quarant'anni sempre allo stesso giorno da una mano sconosciuta, ragazzine misteriosamente scomparse, vecchie fotografie ingiallite, antiche ferite che riemergono, indagini serrate nel gelo di un'isola sperduta del Mar Baltico, e le agghiaccianti vicende della famiglia Vanger, emergono personaggi raccontati a 360 gradi da cui a fatica ci si stacca. Su tutti, naturalmente, i due protagonisti: il giornalista Mikael che ad ogni passo rilascia un irresistibile mix di sex appeal e savoir faire, e la tatuata hacker Lisbeth, chiave del romanzo, che ha in sé la sensualità di chi si crede un freak ed è in realtà un'anima geniale e bellissima. Risultato: ci si scorda di essere in riva al mare, di mettersi la crema solare, di cambiare posizione, di fare un tuffo ogni tanto, di bere, e così alla fine ci si scottano gli avanbracci (per aver retto il notevole tomo), le ginocchia (perennemente piegate sul lettino) e i piedi (costantemente orientati allo zenit). Vorrà dire che, dopo la tipica abbronzatura da ciclista, avrete scoperto e sperimentato sulla vostra pelle la tipica abbronzatura da lettore. Un po' antiestetica a dire il vero, ma decisamente erudita.

Curiosità culinarie: in Svezia, a detta del romanzo, vivono di solo caffè e tramezzini, con una scelta che va dal ripieno di cetriolini al roast-beef. Tutto sommato la cosa non mi dispiacerebbe (al colesterolo, probabilmente, un tantino meno).

Il finale: che ovviamente non svelerò, rimane tuttavia sospeso in aria come i più degni finali da "ah, chissà...". (Inutile ricordare che, non fosse stato così, non esisterebbero nemmeno gli altri due capitoli della saga Millennium, quindi...).

Il titolo: non piaceva, e doveva essere cambiato. Ma poi sono arrivati quei 7 piani di corsa causa ascensore guasto e l'improvvisa - tristissima - dipartita dell'autore. Così Uomini che odiano le donne è rimasto tale (fortunatamente, non essendoci titolo più azzeccato).

Corpo del reato: bella edizione Marsilio, con grafica perfetta e copertina pure. Stampa non sempre nitida (macchie qua e là), ma nemmeno un refuso in quasi settecento pagine. Un punto a favore, visti gli sgradevoli risultati ottenuti spesso da chi ha fretta di pubblicare e molto meno di curare.

Tasto dolente: il prezzo. 21.50 euro sono francamente troppi (e se non l'avessi trovato in super sconto probabilmente, per ripicca, non l'avrei comperato privandomi di una lettura decisamente piacevole). Mi chiedo, perchè? Com'è possibile che si debba aprire un mutuo per comperarsi l'intera trilogia (con un totale di più di 60 euro?). E poi ci si lamenta che non si comperano abbastanza libri...

Analisi delle coseguenze: alla fine della lettura, sentirete l'impellente stimolo di iscrivervi seduta stante ad un corso di informatica per diventare un imbattibile hacker. Non servirà a niente. O, se non vi tatuate pure un dragone sulla schiena, in ogni caso non vale.

Il consiglio della personal librarian: meglio tenerla sempre a portata di mano, la crema solare. Per carità.

[Stieg Larsson, Uomini che odiano le donne, Marsilio, 21.50]

venerdì 12 giugno 2009

Il libro in saldo non va mai in vacanza



Si sa, chi soffre di librofagia non può resistere ad una campagna 30-per-cento-di-sconto, tanto più se a farla è una casa editrice come Einaudi. Che i suoi romanzi sono sempre quelli giusti, gli autori fra i migliori e per ogni palato, le sue edizioni elegance is an attitude.
Ergo, ne approfitti che ancora non ha un'edizione di Fred Vargas, di Orengo, o di Auster (tanto per citare i già citati in questo blog). Io, nell'imbarazzo della scelta, dopo quaranta minuti in libreria ho optato per questi:

Ian McEwan, Chesil Beach (dopo Espiazione, che mi ha incantata - sia in senso onirico, che fisico, da pazza incollata alla pagina - non potevo non scegliere questa storia in cui a farla da protagonistà è la prima, difficile, notte di nozze di due sposini nel 1962...).

Orhan Pamuk, Il mio nome è rosso (ditemi come potrei resistere ad un intricato romanzo ambientato nel 1500, con protagonisti degli artisti della miniatura, che si tinge pure di giallo e qua e là di romanticismo... E poi, che caspita, l'autore è premio nobel, mica pizze e fichi).

Alice Munro, Il percorso dell'amore (chi ha letto La lettrice di Alan Bennett saprà certamente perché questa autrice canadese abbia suscitato immediatamente la mia curiosità, visto che si narra abbia fatto innamorare pure sua maestà... Una serie di racconti sull'universo femminile e non, che non vedo l'ora di mangiarmi).

Hrabal Bohumil, Una solitudine troppo rumorosa (dulcis in fundo, non poteva mancare un libro sui libri. O meglio, sull'amore per i libri di un malcapitato addetto al macero, che per preservarne la memoria si inventa un curioso stratagemma... Scritto apposta per chi della carta non può fare a meno, nè dei libri, nè tanto meno delle parole).

Ora, in previsione di una settimana di mare e spiaggia e sole e soprattutto lettura, vi direte: sono pronta. E invece... no! La scelta dei libri da mare (o d'amare) è sempre ardua, lunga e faticosa. Ma qesta è un'altra storia. Anzi, un altro post.

Non mi resta che dire, evviva lo struzzo...